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6 maggio 1976, a 43 anni dal terremoto del Friuli

06 maggio 2019

La gestione dell'emergenza diede impulso alla nascita della moderna protezione civile italiana

 

Il 6 maggio 1976 un terremoto di magnitudo 6.4 colpì duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto venne avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale e addirittura fino a Roma.

La scossa del 6 maggio fu seguita da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. Il 15 settembre, una scossa di magnitudo 5.9 provocò altre dodici vittime e ulteriori distruzioni, andando ad aggravare il danno già causato dalla scossa del 6 maggio.

Sono passati 43 anni, ma il ricordo della tragedia che costò la vita a 965 persone è ancora vivo. E oggi, come ogni anno da quel 1976, è la giornata dedicata alla memoria. 
È il momento per ricordare le vittime e anche per riflettere sulla capacità di ripresa del Friuli, colpito da un sisma che danneggiò gravemente il patrimonio edilizio e l’economia, lasciando oltre 15mila persone senza lavoro per la distruzione e il danneggiamento delle fabbriche.

Nella gestione dell’emergenza – che gettò le basi per la nascita della moderna protezione civile – vennero coinvolti da subito il governo regionale e i sindaci dei comuni colpiti, che lavorarono, anche per la successiva fase di ricostruzione, in stretto contatto con il Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti.

La Regione e le Autonomie locali vennero investite di un ruolo importante e complesso che, fino ad allora, era invece sempre stato gestito a livello centrale.

Per la prima volta vennero inoltre istituiti i “centri operativi”, con l’obiettivo di creare in ciascun comune della zona colpita un organismo direttivo composto dai rappresentanti di amministrazioni pubbliche e private, sotto la guida del sindaco, che coordinasse il soccorso e l’assistenza alla popolazione. Conoscendo le caratteristiche del territorio e le sue risorse.

I sindaci ebbero un ruolo centrale anche nella fase della ricostruzione e la popolazione agì come una vera “cittadinanza attiva”, partecipando in prima persona alla ricostruzione del tessuto urbano e sociale, completata in poco più di 15 anni, secondo quello che oggi è conosciuto come il Modello Friuli (“com’era, dov’era”).​