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Every life counts. Inclusività e uguaglianza nelle strategie per la riduzione del rischio

22 gennaio 2019

Nel magazine "Protezione Civile", in stampa in questi giorni, un approfondimento sull'importanza di coinvolgere le categorie vulnerabili con l'obiettivo di comunità resilienti.


io non rischio - cuneoTutte le vite sono importanti, e alla luce di questo principio bisogna leggere le strategie di riduzione del rischio e verificarne l’efficacia e la coerenza nel Framework di Sendai. È questo il tema della sessione Every Life counts: inclusive and equality based DRR strategies, che può essere considerata il cuore del Forum internazionale di Protezione Civile, con cui si è aperta la giornata conclusiva dei lavori a Roma. Povertà e disuguaglianza, cambiamenti climatici, mancanza di pace, istituzioni deboli e scarsa governance del rischio sono tutti fattori che possono aumentare rischio, esposizione e vulnerabilità e di cui quindi è necessario tenere conto per raggiungere l’obiettivo 2020 di sviluppo di strategie nazionali e locali per la riduzione del rischio di disastri.

Ad aprire i lavori, Alexander Virgili, consigliere nazionale del Corpo Italiano di San Lazzaro, invitato dallo United Nations Major Group for Children and Youth - realtà che punta a creare un ponte tra i giovani e il sistema ONU - per testimoniare l’impegno dei tanti giovani attivi nel mondo della protezione civile. “Provengo da un territorio difficile, fragile, tra le due zone rosse di Campi Flegrei e Vesuvio - ha raccontato Virgili - e anche per questo da giovanissimo mi sono accostato al mondo della protezione civile attraverso l’esperienza del volontariato. Vivere in un territorio tra i più a rischio d’Europa mi ha insegnato subito il valore della prevenzione e oggi, a mia volta, punto a coinvolgere ragazzi e ragazzi nella tematica della riduzione dei disastri. Un terzo dei destinatari delle politiche e delle strategie è giovane. Coinvolgere le nuove generazioni è quindi fondamentale. I giovani sono parte integrante della soluzione: non solo destinatari, quindi, ma parte attiva per la costruzione di comunità resilienti”.

A seguire l’intervento di Erland Hedin, che ha portato l’esperienza della Svezia, in cui quest’anno la stagione degli incendi è stata particolarmente severa. Circa 300 incendi hanno infatti colpito il territorio nazionale e 22mila ettari di bosco sono stati completamente distrutti. Il supporto degli altri Paesi - tra cui l’Italia - è stato tempestivo ed efficace attraverso l’attivazione del Meccanismo europeo di protezione civile. Il valore enorme della cooperazione, anche in termini di conoscenza e consapevolezza, è quindi un’evidenza su viene significativamente posta l’attenzione. Hedin, proprietario di un terreno completamente distrutto nel corso dell’emergenza incendi, ha portato la sua testimonianza diretta al Forum, focalizzandosi in particolare sulle ricadute post-evento. Il patrimonio boschivo in Svezia è fondamentale per l’economia nazionale, per la salvaguardia della biodiversità, per la storia culturale della nazione. Hedin ha quindi sottolineato il ruolo del volontariato nel fornire supporto alla popolazione coinvolta, e tale da consentire agli operatori dell’emergenza di lavorare alle attività di spegnimento nel modo più rapido ed efficace possibile. Una volta perso il suo terreno nell’incendio, Herlin decide di impegnarsi in prima persona. Le persone che abitano in un’area sono quelle che la conoscono meglio. Gli agricoltori, ad esempio, devono essere coinvolti e resi partecipi delle strategie di riduzione del rischio e possono essere parte attiva nelle attività di prevenzione. La lezione appresa è che bisogna essere preparati. I residenti, ma anche i turisti, devono essere consapevoli dei rischi del territorio perché siano pronti in caso di emergenza. La parola chiave, quindi, è prevenzione.

Dall’Inghilterra, arriva poi il contributo di Kirsty Bagnall, del Greater Manchester Centre for Voluntary Organisation, che lavora al fianco del Governo per coinvolgere anche le categorie più fragili nelle strategie per la riduzione del rischio. Una comunità inclusiva con le persone vulnerabili è sicuramente più resiliente. Bagnall ha parlato in particolare delle persone più anziane e dei migranti, il cui scarso coinvolgimento è spesso un ostacolo alla resilienza dell’intera comunità. Con il giusto supporto tutti possono e devono avere un ruolo. Media, social network: questi strumentisono spesso inaccessibili per le categorie fragili e questo deve essere scardinato cosi da renderle parte attiva nel contesto sociale.

Rustam Nazarzoda, della Commissione per le situazioni di emergenza e protezione civile della Repubblica del Tajikistan ha invece focalizzato il suo intervento sui fattori di stress come l’instabilità politica, i disordini sociali, i disastri e le ricadute sulla sicurezza dei cittadini. Il Tajikistan è esposto a una molteplicità di rischi naturali: terremoti, frane, alluvioni. Ottocento le situazioni di emergenza negli ultimi cinque anni che tanti danni hanno portato alla nazione, rallentandone le prospettive di crescita. Per questo il Tajikistan sta elaborando una piattaforma nazionale per la riduzione del rischio di disastri, coerente con il Quadro di Sendai, con misure specifiche per le persone disabili - che in larga percentuale in Tajikistan vivono in territori impervi e in villaggi di alta montagna - e per le donne, con specifiche strategie per l’inclusione di genere.

Dall’Austria, Michael Staudinger, Direttore generale dell’Istituto centrale austriaco per la meteorologia e la geodinamica (ZAMG) e rappresentante permanente dell’Austria presso l’Organizzazione metrologica mondiale, porta invece la storia di un agricoltore di 65 anni il cui terreno è rimasto isolato in seguito a una valanga. I cambiamenti climatici hanno reso gli eventi più estremi e cambiato letteralmente il volto dei territori. Questo tema, così distante dalla vita ordinaria delle persone comuni, improvvisamente impatta sulla quotidianità, diventa “reale” e tangibile. Le persone devono quindi essere messe in condizione di reagire in caso di eventi calamitosi gravi. L’Austria ha per questo creato una piattaforma per discutere, con approccio multidisciplinare e interdisciplinare, di cambiamenti climatici. Nessuno può restare “nella propria bolla”. Avvicinarsi alle persone, a partire da quelle più vulnerabili, significa avvicinarsi alla risoluzione del problema.

E di integrazione ha parlato Gilles Reckinger, professore di comunicazione interculturale, che ha raccontato l’esperienza di un migrante irregolare, un lavoratore “invisibile”, quotidianamente esposto in Europa a una molteplicità di rischi. Il punto è che occorre cercare una soluzione inclusiva a livello europeo. La vulnerabilità dei rifugiati equivale a una vulnerabilità della società tutta. I Governi tendono a considerare la migrazione un’anomalia, ma non lo è. Come tutti i gruppi vulnerabili, anche i migranti devono essere coinvolti e inclusi nelle strategie per la riduzione del rischio di disastri.

Dalla Turchia, Mehmet Güllüoğlu, Presidente dell’Autorità per la gestione delle emergenze e del disastro del primo ministro (AFAD), porta il suo punto di vista su necessità e prospettive di cambiamento per la protezione civile. Quando si parla di sicurezza, in particolare nel settore sanitario, spesso si parla di pazienti, ma si dimentica di lavorare con singole persone: ognuna con la sua storia, il suo vissuto. Analogamente, questo approccio riguarda spesso anche la protezione civile. Occorre quindi iniziare a guardare alle persone, a partire dalle categorie più fragili, per la riduzione del rischio di disastri. Il dibattito deve necessariamente spostare il fuoco della discussione su questi gruppi sociali per rendere più efficaci le strategie e più raggiungibili gli obiettivi. Güllüoğlu parla infine della gestione delle emozioni: come dobbiamo approcciarci a ciò che sentono le persone? Come teniamo conto delle loro paure? Cosa facciamo per informarle?

Con questi spunti di riflessione si chiude la sessione di lavoro Every life counts del Forum europeo per la riduzione del rischio di disastri, che porta una visione condivisa: una comunità resiliente è possibile solo se attenta alle differenze, inclusiva, aperta al contributo di tutti, nessuno escluso.

 

Magazine "Protezione Civile", n. 17/2019 (pagg.22-23)